“The Autopsy of Jane Doe” del norvegese André Øvredal

Si provano emozioni che di solito solo un bel thriller ti regala: la curiosità

Si provano emozioni che di solito solo un bel thriller ti regala: la curiosità

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Nel Cinema le storie di ripetono. Vengono riproposte, rielaborate, ridefinite, migliorate, peggiorate, in moltissimi modi differenti, con chiavi di lettura differenti e attraverso occhi differenti. Quando si mette mano su un genere e si sceglie di raccontarne una singola storia, si rischia sempre di cadere nel banale, nel “già visto” e quindi nella ripetitività, di conseguenza si corre il rischio di realizzare un prodotto che, se va bene, non apporta nulla di buono a quel genere (nel peggiore dei casi, toglie lustro a quella branca di storie già raccontate meglio da qualcun altro). Il mio personale maggior timore, quando mi appresto a vedere in particolare un horror, è proprio questo, di vedere l’ennesima storia stereotipata, trita e ritrita, con i medesimi personaggi, in cui l’unica emozione alla quale si può ambire è lo spavento di vedere qualcosa di disgustoso pararsi davanti allo schermo all’improvviso. Ma persino questo tipo di emozione è ormai appannata dalla ripetitività delle pellicole, ad eccezione degli ultimi 2 anni, in cui, a ragion veduta, si è riuscito a dare nuova linfa al genere horror, grazie all’operato di freschi autori del mainstream (Jennifer Kent con “Babadook”) e di autori semi-esordienti (David Robert Mitchell con “It follows”). Ebbene questa “nuova” corrente sta continuando. Lo conferma una pellicola uscita alla fine del 2016 negli States,

“The Autopsy of Jane Doe” del norvegese André Øvredal. Il film esprime già dal titolo una sensazione di “già visto o sentito” ma nei primi minuti smentisce questa sensazione e conduce lo spettatore verso la più bella emozione che possa provare e che di solito solo un bel thriller ti regala: la curiosità. La curiosità che non nasce da ciò che vedi ma da come lo vedi. La capacità tutta registica di provocare quella piacevole tensione pur sapendo immaginare cosa si può celare dietro una porta che scricchiola o un rumore che inquieta. Il film si dipana su un’indagine condotta sul cadavere di una donna non identificata, rinvenuto nella cantina di un’abitazione in cui si è consumata una “strana” carneficina. Strana perché dai primi riscontri delle autorità non è ben chiaro come e perché i componenti della famiglia che abitava quella casa siano morti. Si aprono troppe ipotesi per venire a conoscenza delle reali dinamiche: nessuna effrazione, cadaveri ognuno lontano dall’altro…suicidi? omicidi? Ma la cosa ancor più inquietante e inspiegabile è il cadavere della misteriosa donna sepolta in cantina. Nessun segno di violenza, a differenza degli altri cadaveri sparsi per casa che definire splatter è riduttivo.

Questo nei primi 5 minuti della pellicola, che si svolge in un’ambientazione cupa e asettica come il laboratorio in cui viene condotto il cadavere della donna, per le consuete analisi dei “becchini” di turno, al fine di determinare la cause del decesso ma in questo caso specifico di identificare il corpo, che nell’attesa riceve il nome provvisorio di Jane Doe, usuale nominativo affidato ad una persona viva o morta di cui non si conosce l’identità. Tutto il resto del film si sviluppa all’interno di questo laboratorio, gestito al piano seminterrato della residenza privata di padre e figlio, rispettivamente il grande Brian Cox ed un bravo Emile Hirsch. Avvalendosi quindi di sensazioni che vanno dalla claustrofobia al terrore, ne viene fuori un esempio perfetto di una pellicola horror che pur presentando nella sceneggiatura tutti i tratti distintivi del genere, regge egregiamente tutta la visione grazie ad una buona regia, gestita con mano elegante e asciutta, ed alla prestazione degli attori. Quella sul corpo di Jane Doe diviene un’indagine che si stringe sempre più, accompagnando lo spettatore tra i più noti paradigmi del genere e il modo in cui veniamo gradualmente a scoprire i misteri terrificanti che quel cadavere cela dentro di se. Possiamo definire questo come un prodotto, europeo come molti tra quelli che stanno rinvigorendo il genere, che prende tematiche e stereotipi restituendoceli in salsa nostalgica.

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