I 12 ragazzi thai della grotta: monaci per breve periodo

In ringraziamento alla Divinità e onore della vittima ex Navy Seal. Lo avevano detto appena usciti dalla grotta: “Salvi per miracolo”

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grotta monaci buddisti
I novizi pregano durante la cerimonia di ordinazione, Mae Hong Son, Thailandia, 9 aprile 2014. (Taylor Weidman/Getty Images)

Sono ritornati a casa i 12 calciatori thailandesi e il loro allenatore, rimasti intrappolati nella grotta Tham Luang sott’acqua. Salvati miracolosamente dopo giorni di paura, proprio ieri hanno parlato in una conferenza stampa seguita in tutto il mondo. Il primo appuntamento ufficiale dei salvati dopo l’ uscita dall’ ospedale e il ritorno a casa è stato un appuntamento “spirituale”. La visita a un tempio buddista del luogo, il tempio Wat Pra That Doi Wao, al confine con la Birmania.

Un evento a cui hanno partecipato l’ allenatore e quasi tutti i ragazzi della squadra (tranne uno, non buddista) e che li ha visti raccogliersi in preghiera con l’auspicio di ottenere protezione dalla sfortuna in futuro. Del resto, appena usciti dalla grotta, i ragazzi lo avevano dichiarato subito: “Siamo vivi per miracolo“. Una dichiarazione che trova la giustificazione e il senso anche (e forse, soprattutto) nei momenti di terrore e di forza che i ragazzi hanno affrontato nella grotta. Grazie ad un’arma bianca “non convenzionale”: la meditazione buddista. Una meditazione che ha consentito al gruppo di calciatori e al loro allenatore di mantenere la calma, la freddezza e la fiducia necessarie per resistere alla paura, al freddo e all’attesa dei soccorsi e alla presa di coscienza della precarietà della vita.

La meditazione buddista

A concorrere al “miracolo” è stato proprio l’insegnamento di Ekapol Chanthawong, l’ allenatore della giovane squadra di calcio. Lui, orfano di entrambi i genitori dall’età di 12 anni, ha vissuto per 10 anni nel monastero di Mae Sai in Thailandia. Un luogo spirituale  dove il giovane allenatore ha formato la sua persona e la sua spiritualità. Una delle due zie di Ekapol Chanthawong testimonia come l’ allenatore di soli 25 anni sia in grado di meditare fino a un’ora.

Infatti all’ arrivo dei soccorsi, i soccorritori sono rimasti sbalorditi nel trovare i giovani calciatori in rigorosa meditazione, lucidi, con i nervi saldi e fiduciosi. Oltre ad essere riusciti a conservare anche preziosi energie psicofisiche per sopravvivere allo spazio angusto e poco ossigenato in cui erano intrappolati.

Una tecnica di meditazione “vecchia” di 2600 anni, ma per nulla obsoleta. Le più recenti ricerche, tra cui quella pubblicata dalla Agency for Healthcare Research and Quality, hanno evidenziato con la meditazione porti immensi benefici sotto tutti i punti di vista. Benefici  talvolta ancor più dei farmaci comunemente usati per la depressione, ma con il vantaggio che la meditazione è priva di effetti collaterali.

Le scuse dell’ Allenatore e il monachesimo dei ragazzi

Era stato l’allenatore in primis a fare il mea culpa per l’accaduto in un lettera alle famiglie dei ragazzi. “Ai genitori di tutti i ragazzini: in questo momento tutti stanno bene, – aveva scritto – i soccorritori si stanno prendendo cura di loro e prometto che farò del mio meglio per aiutarli. Ringrazio tutti per il supporto e chiedo scusa“. I genitori avevano risposto di ave perdonato l’allenatore e pregandolo di non sentirsi in colpa.

A chiosa della vicenda, i giovani componenti della squadra sono apparsi visibilmente toccati e commossi. I ragazzi hanno, quindi, espresso una richiesta in linea spirituale con l’accaduto. La loro volontà di condurre un breve periodo di monachesimo in onore del volontario ex Navy Seal. Il soccorritore rimasto senza ossigeno e spirato via durante la preparazione del loro recupero.

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