Il furbetto del cartellino stavolta corre. In trasferta.

Alla Maratona di Londra, scorciatoia e gara col trucco di un italiano.

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Il maratoneta furbetto e il cartellino al collo

Furbetto in Italia

Il cartellino stavolta non è l’ormai leggendario badge, a marcatura multipla, in mutande, a turnazione e di mano in mano a cui siamo abituati da ormai periodiche indagine, filmati e pubblica riprovazione. A quel tipo di furbetto abbiamo, ahime, fatto il callo aspettando sempre la “batosta” della mano pesante della legge che non arriva mai, poichè sempre solerte si mettono in moto, e d’altronde del tutto legittimamente, le garanzia, le tutele. Ma anche i ma e i però, avvocati valenti e giudici del lavoro sempre pronti a reintegri e giudici di cassazione dalla giurisprudenza garantista. Insomma la tanto attesa pubblica soddisfazione del comune cittadino che vorrebbe punizioni esemplari, licenziamenti in tronco e gogna esemplare, raramente arriva, dispersa in rivoli normativi, giurisprudenziali e sindacali.
Ma stavolta, alla origine della notizia è sempre un cartellino a fare da pietra dello scandalo, ma stavolta quello che ogni buon maratoneta si appende al collo e che lo rende riconoscibile e rintracciabile nel corso della gara.

Furbetto a Londra

A Londra l’immagine dell’Italia è passata prorpio per uno di questi cartellini, per quello di gara di un cotal Rinaldi da Bari, corridore amatoriale, presidente di associazione sportiva e recordman a sua insaputa e a sua incapacità. Vuol dire che il nostro connazionale ha esagerato, ha strafatto, non si è accorto di battere il tempo di un super professionista atleta somalo campione olimpico. Ma si sa, quando devi accorciare e barare la misura è assai difficile, rischi persino di rimanere in mano con cinque assi, il che è contro regole ma anche, purtroppo, contro logica. E così il furbetto ha compiuto il percorso in un tempo straordinario per la distanza reale e cioè 3 ore e 19 minuti netti, oltre ogni record professionistico. Ovviamente non sul percorso ufficiale e determinato per tutti i partecipanti ma su un personalissimo tracciato di 16 km più corto, che però gli è stato fatale perché, appunto, oltre ogni perfino immaginabile e sfrenato doping (cui ovviamente non ha avuto bisogno di ricorrere). Tanto da richiamare l’attenzione del Times, gionale tra i più blasonati, che ci ha messo pochissimo a fare quattro conti e quattro deduzioni e a sbugiardare il maldestro ed esoso dilettante.

Un primato da esportazione

Abbiamo insomma mostrato al mondo di cosa sono capaci gli italiani. Di dove può osare la mente del furbetto nostrano in trasferta, arrivando persino a sfidare le leggi della logica, del tempo e dello spazio, tutte in una sola corsa. Vero è che da noi l’inventiva nella truffa e nel vantaggio indebito sono sempre in evoluzione e perfezionamento, ma perchè mostrarlo “coram populi” ? Ed infine ecco la scusa banale, patetica, dell’orologio che avrebbe tradito calcoli e lucidità del maratoneta e lo avrebbe indotto all’errore. Come se fosse un oggetto con anima propria su cui scaricare colpe che non sono personali ma “interpretabili” e contrattabili.
Stavolta la scorciatoia in trasferta non è solo figurata ma assolutamente reale, quasi beffardamente simbolica. Rimarrà nella storia dei furbetti del cartellino colui che aveva stabilito un record grottesco di marcia e di marcio, senza neppure porsi un minimo di rossore in faccia: non certo quello della vergogna ma forse neppure quello del sudore.

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