Lunga vita al Drago

Il Drago è ovunque. Il Drago è in ogni cosa. Le sue squame brillano nella corteccia degli alberi. Il suo ruggire si sente nel vento. E la sua forcuta lingua colpisce come il fulmine. Mago Merlino, Excalibur.

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L’enigmatica affermazione del solo Mago che può rivaleggiare con Circe per popolarità e fama è, a tutti gli effetti, una verità fondata: il Drago, la mitologica figura dai tratti serpentini, è da sempre presente nell’immaginario collettivo di tutte le culture; in quelle occidentali come essere malefico latore di morte e distruzione; in quella orientale, come creatura portatrice di fortuna e bontà. Ai giorni nostri, in particolare, il Drago vive una esuberante riscoperta: nella narrativa, nelle serie tv, al cinema, nei videogiochi è tutto un germogliare di storie di mostri alati da far invidia al Gotha Hollywoodiano. Da Omero, al Signore degli Anelli e Harry Potter, passando per Le Cronache di Narnia e Il Trono di Spade, e nell’ultimo episodio cinematografico de Lo Hobbit, indiscutibile è, infatti, il suo fascino ferino e colossale, allegorica sfida per l’uomo e per il suo istinto a dominare, così il mostro, così l’inconscio e l’irrazionale.Come in un gioco di scatole cinesi, il termine Drago deriva dal latino draco che  ha radici nel greco δράϰων (drakon), cioè serpente, che, a sua volta, attinge dal sanscrito dragh-ayami, allungare. Questo etimologico percorso a ritroso, ci riporta al tempo in cui ogni creatura indossò il proprio nome per la prima volta e scelse il proprio posto sulla Terra. Omero usa il termine riferendosi ad un animale fantastico con la vista acuta, l’agilità di un’aquila e la forza di un leone, rappresentato come un serpente con zampe e ali. Anche nelle Argonautiche di Apollonio Rodio c’è un drago a sorvegliare il Vello d’oro. Filostrato, nel 217 d.C., dissertava di simili creature ne La vita di Apollonio di Tiana e nella favola di Fedro La volpe e il drago, il mitologico animale appare per la prima volta come guardiano di tesori nascosti. La mitologia greca, poi, è ricca di storie di draghi: lo è il padre delle Esperidi, Ladone, ucciso da Eracle e posto nel firmamento; lo è, anche, di dimensioni impressionanti, Pitone, figlio di Gea, prodotto dal fango della terra dopo il Diluvio Universale. L’enorme creatura custodiva l’Oracolo di Delfi e morì in seguito ad un epico combattimento con Apollo che, per questo, si impossessò del luogo e diede alla sacerdotessa il nome di Pizia.

Il mito della fondazione di Tebe racconta di Cadmo che uccise il drago in Beozia e seminò i suoi denti da cui nacquero gli Sparti. Ampie trattazioni sul drago sono presenti anche in opere di scrittori Romani come Plinio, nella sua Historia Naturalis, Gaio Giulio Solino e Pomponio Mela. Nell’ Apocalisse di San Giovanni, il Drago rosso a sette teste coronate, simboleggia il male supremo, ma ugualmente, è diffusissima la credenza secondo cui esso sia guardiano e difensore di antichi tesori e luoghi magici, nonché portatore di sapere e conoscenza. Il Mushussu, infatti, voluto da Nabucodonosor, sulle porte di Ishtar, era un guardiano docile e di alto lignaggio, compagno degli dei. Non è infondato pensare che le molteplici storie su questa leggendaria creatura, possano essere state alimentate dal ritrovamento in tempi molto remoti di fossili di dinosauro, per l’epoca impossibili da spiegare altrimenti. Già nel 300 a.C., infatti, un misterioso fossile ritrovato a Wucheng, Sichuan, in Cina, fu classificato come appartenente ad un drago. In base alle apparizioni documentate più o meno plausibili, esistono diverse specie di Drago, tutte in grado di sputare fuoco. Se possiede grandi ali e non ha zampe, è un Anfither, anche conosciuto come Serpente piumato, perché, appunto, ricoperto di piume. Venerato dalle antiche popolazioni meso e sudamericane  che gli elargivano doni e sacrifici dai tetti dei templi, ha una vista acutissima ed un soffio infuocato letale. I più famosi in Europa sono i draghi con ali e due zampe, le Viverne: compaiono in molti dipinti del Medioevo e del Rinascimento. Si dividono principalmente in drago di palude e drago di montagna. Entrambe le tipologie hanno le stesse caratteristiche fisiche, cioè due zampe e due ali, il corpo gigantesco e squamoso, una coda potentissima ed una gemma piantata nella fronte, ma mentre il primo è più lento e di colore nero, il secondo è più agile e socievole, con squame dorate ed una criniera color rosso fuoco. Le uova sono grandi e dure, di color grigio. Ricordando il mito di Ercole, ecco poi, i draghi con più teste, di solito sette o nove, comunemente definiti Idre. I primi nacquero dall’unione tra il multi-teste Tifone e la donna-serpente Echidna: la Chimera, dal capo di leone e dal corpo di serpente-capra, il terribile cane a tre teste, Cerbero e l’Idra. Infine, ricordiamo, il Knucker, un drago d’acqua dagli arti piccoli, che striscia non potendo volare per via delle ali troppo corte.

Discendente del Basilisco, il serpente grande poco più di un palmo è caratterizzato da una macchia a forma di corona sulla testa; è nato dalla testa di Medusa decapitata e possiede un alito venefico in grado di trasformare i boschi in deserti. Nasce quando un uovo, deposto da un gallo di sette anni, viene covato per altri nove da un rospo o da un serpente. Non dimentichiamoci però, del drago di Giaffa, il mostro marino dall’aspetto simile a quello di una balena crestata e dalla lunga coda, sconfitto a colpi di spada da Perseo di ritorno verso casa con gli stivali alati, mentre il mostro avanzava per divorare la propria vittima sacrificale, Andromeda, legata ad uno scoglio. Anche l’agiografia ci narra molte storie di draghi sconfitti dai Santi.

Il più  noto, tanto da venir spesso rappresentato in tale atto, è San Mercuriale, primo vescovo e patrono di Forlì ma anche le vicende di San Giorgio e dell’arcangelo Michele non sono da meno. Insomma tanti racconti per tanti draghi, il mio preferito, però, resta quello che narra di Uther, sovrano di Britannia, che vide in cielo una cometa a forma di drago e volle apporla sul proprio stendardo, facendone il vessillo di Pendragon, emblema di Artù .

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